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Tra Self e Selfie

Tra self e Selfie

Due parole brevi, quelle del titolo, due questioni centrali del nostro tempo, due aspetti da sempre fondamentali per l’essere umano e per la società. L'essere, l'identità personale, e la rappresentazione del sé. 

La parola identità ha molti significati.

"Ma tu volevi un bambino, o volevi proprio io, Leon?" Questa la richiesta che mio figlio mi fece all'età di quattro anni circa. Chiedeva se per me qualsiasi "tipo" di bambino sarebbe andato bene, o se avevo voluto proprio lui, con le sue specificità, con il suo modo di essere. Lui aveva coscienza di essere quello e non un altro, voleva sapere in che misura la sua unicità era importante per me. Mi diceva di avere una propria natura interna peculiare oltre ad appartenere alla più ampia categoria dei bambini.

Tanti anni dopo, leggendo il saggio di Giovanni Jervis La conquista dell'identità (Feltrinelli 1997) ho ricordato questa domanda, e l'importanza di essere uno specchio che rimandi l'immagine dell'altro in modo tale da contribuire positivamente alla sua crescita, alla costruzione di una personalità equilibrata.

Riconoscersied essere riconoscibili, questa è la risposta di Jervis alla domanda su cosa sia l'identità. Ed i bambini si riconoscono, anzi, se stanno sviluppando correttamente la loro personalità, si presentano agli altrisecondo la formula, esemplificata dal pediatra e psicoanalista inglese Donald Winnicott, "io sono così, vediamo se mi volete", proprio come ha fatto mio figlio. Oppure possono sviluppare un false self una falsa personalità, una identità psicologica contraffatta presentandosi secondo la formula "guarda caso, io sono proprio come voi mi volete".

Ora io non ho una specifica formazione in campo psicologico e psichiatrico, ho letto il libro di Jervis perché stavo approfondendo le mie conoscenze sulla comunicazione sociale, ma ho avuto un riscontro teorico a quanto ho potuto osservare e sperimentare nella mia vita sociale.

Chi sono? Come mi considerano gli altri? Sono un bravo genitore? Prima o poi queste domande si affacciano alla mente di ciascuno di noi. Pensiamo, siamo, ci relazioniamo. Abbiamo bisogno di delineare i contorni e di dare significato alla concezione che abbiamo di noi stessi, a quella che la società ha di noi, ai ruoli che assumiamo nello svolgersi dell'esistenza, al loro sovrapporsi alla coscienza di noi stessi, in un contesto sociale e storico condizionato dall'apparenza dove siamo (considerati per) quello che facciamo e per come siamo rappresentati.

Spesso mi sono ritrovata a discutere con gli adulti che si rivolgevano ai bambini dicendo cose come "sei uno stupido", "sei un coniglio", oppure "vieni qui, Osama" (alludendo a Bin Laden e alla carica distruttiva del bambino stesso). L'immagine che riflettiamo di loro stessi può spingerli a comportarsi così come li dipingiamo. Quanto è importante dire ad un bambino, o ad un ragazzo "Sono orgoglioso di te", "sei una persona unica, tutti noi siamo unici", senza che abbia per forza fatto qualcosa di speciale, ma semplicemente perché fa parte della nostra vita, perché lo accettiamo e ne apprezziamo l'unicità. I risultati si vedono. Le parole si concretizzano in comportamenti, in cambiamenti.

Questo confronto di significati, che compone e scompone l'identità, ha come sponda l'aIterità, il mondo esterno. Un mondo di cui siamo parte, declinato secondo concetti e legami che si intersecano e formano l'identità collettiva, dorsale su cui si sviluppa la costruzione delle identità individuali, in un rapporto di compenetrazione reciproca che supera il semplice legame causa-effetto.

Cultura e appartenenza, linguaggio e memorie condivise, l’espressione di un pensiero e di un agire comuni. "One Nation, One Station, One Love", per usare uno slogan di successo che da tanti anni accompagna gli ascoltatori di una storica radio italiana e che ci porta direttamente nel mondo dei media, canale principale attraverso cui si esprime un'altra componente, ad un tempo strutturale e funzionale, per la formazione dell'identità, la comunicazione.

Una particolare modalità di comunicazione, nell'attuale configurazione social del mondo, è il selfie, protagonista del modo di raccontarsi contemporaneo, che mira a modellare la percezione che gli altri hanno di noi.

Maestri in questa nuova arte narrativa sono i giovani adolescenti, che mediante il selfie comunicano cosa stanno facendo, cosa stanno guardando, con chi stanno, e anche, come più comunemente si fa con le foto, immagazzinano ricordi. Il modo di fare i selfie è qualcosa che ti distingue, mediante cui ti identifichi con la sottocultura che hai scelto come riferimento. L'utilizzo stesso di particolari effetti, ad esempio di Vsco cam, è un modo per far capire a quale gruppo appartieni, la tua cifra stilistica e comportamentale, quindi il modo di vestire, la musica che ascolti, la fascia d'età.

Non una semplice fotografia, ma una rappresentazione di sé, una auto narrazione mediante le immagini. Offrendo spezzoni selezionati della nostra vita perché gli altri le interpretino, integrando identità e comunicazione.

 

Di Stefania Nasso, esperta in comunicazione e immigrazione.

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