Un nuovo approccio per i servizi educativi

Il ruolo dei servizi educativi negli asili nido è cambiato molto negli ultimi 20 anni.
Prima del 2000, infatti, il servizio offerto dagli asili nido era soprattutto di tipo assistenziale ed era pensato per aiutare le famiglie con genitori lavoratori. L’asilo nido era così un luogo di accudimento dei bambini in assenza dei genitori e agli educatori veniva richiesto di svolgere attività di intrattenimento e supporto nei momenti di gioco, pappa e nanna.
Negli stessi anni, tuttavia, la comunità pedagogico scientifica ha iniziato a constatare che i bambini che frequentavano gli asili nido mostravano livelli di attenzione, concentrazione e intraprendenza nel gestire le difficoltà superiori ai loro coetanei accuditi a casa da mamme, nonni o baby-sitter.
Dall’osservazione di questo fenomeno sono nate nuove teorie sull’apprendimento che mettono in primo piano il ruolo dell’asilo nido nella stimolazione e crescita intellettuale dei bambini piccoli.

Il bambino è competente

Nasce così un nuovo modo di vedere il bambino nei suoi primi anni di vita. Non più un piccolo uomo in attesa di imparare competenze a scuola, ma un essere umano già dotato di competenze, via via più complesse se correttamente stimolato fin dai primi mesi della sua vita.
Gli anni dell’asilo nido diventano quindi anni utili per esercitare questo stimolo e aiutare il bambino a manifestare le competenze di cui già dispone.
Ci sono delle competenze (come ad esempio capacità di attenzione, problem solving, sensibilità verso la numerosità) che si sviluppano spontaneamente nel bambino: se rimangono in un contesto povero si perde la possibilità di sfruttarle al massimo, se al contrario ricevono solleciti da un ambiente stimolante, germogliano fino a diventare parte integrante del patrimonio di conoscenze del bambino.

Un nuovo modo di programmare le attività didattiche

Il punto di partenza nella programmazione delle attività educative diventa così il singolo bambino. L’educatore, nel pianificare il calendario delle attività didattiche, passa da un approccio top down (dalla teoria alla pratica applicata al gruppo di bambini) ad un nuovo approccio bottom up.
Questo modello, partendo dalla valutazione dello stato di competenze di ogni singolo bambino in un dato momento, prova a sviluppare un piano di stimolo e crescita personalizzato.

Attività educative dedicate alle scienze

Dalla constatazione delle competenze presenti nel bambino anche molto piccolo partono così nuovi studi e approfondimenti sulle aree in cui svolgere le attività didattiche.
Lettura e lingue straniere diventano discipline di maggiore diffusione, mentre solo negli ultimi tempi si fa strada un crescente interesse verso le discipline scientifiche.
Diversamente da quanto molti di noi credono, il bambino è competente fin da piccolo anche in fatto di tematiche affini al calcolo e alle scienze.
A 6 mesi, ad esempio, un bambino è già in grado di comprendere la numerosità: riesce a confrontare due insiemi e a capire quale dei due contiene, ad esempio, più biscotti. Tra le due scatole sceglie quella più piena infatti! (studio di Antell e Keating, 1983)
Da queste osservazioni nascono numerose iniziative dedicate al potenziamento dell’intelligenza numerica nei bambini.

Gli atelier scientifici

Un esempio di attività educative dedicate al mondo delle scienze è l’esperimento grazie al quale gli educatori coinvolgono i bambini piccoli nel ricreare una nuvola e nell’osservarne i vari aspetti.
L’esperimento consiste nel riempire un barattolo con acqua molto calda e coprirlo con un coperchio, sul quale sono stati appoggiati dei cubetti di ghiaccio.
Appena il coperchio viene posto sul barattolo i cubetti si sciolgono e si forma una nuvola di vapore.
Sotto il coperchio, nel contempo, si accumulano gocce di condensa: i bambini assistono così ad una riproduzione del fenomeno della pioggia.
Questo laboratorio viene proposto a bambini dai 18 mesi.
Non è il risultato che interessa. Ciò che conta è stimolare un ragionamento, l’idea che il mondo che ci circonda possa essere spiegato.
L’obiettivo degli atelier scientifici è stimolare una abitudine al ragionamento critico, alla capacità di fare ipotesi, cercando spiegazioni, facendo delle prove. I bambini, anche se piccoli, incontrano così quello che contraddistingue il metodo scientifico e ne prendono familiarità.
Grazie a questo avvicinamento precoce al metodo scientifico, i bambini superano facilmente quelle difficoltà, molto diffuse in Italia, che portano una parte consistente della popolazione studentesca a non amare la matematica e le materie scientifiche.

Lo sviluppo di competenze sempre più complesse

Grazie alla somministrazione di compiti via via più complessi ogni bambino può acquisire competenze maggiori e averne padronanza.
Gli educatori osservano quali sono le attività che i bambini sanno già fare in autonomia e propongono man mano nuovi compiti leggermente più complessi, in quell’area che gli esperti definiscono come “zona di sviluppo prossimale” (Lev Vygotskij, Pensiero e Linguaggio).
La “zona di sviluppo prossimale” è la distanza tra il livello di sviluppo attuale e il livello di sviluppo potenziale, che può essere raggiunto con l’aiuto di altre persone, che siano adulti o dei pari con un livello di competenza maggiore.
Attività didattiche nella zona di sviluppo prossimale consentono al bambino di potenziare progressivamente una funzione e acquisire nuove competenze.
Il bambino, quindi, grazie alla supervisione di un adulto o emulando un coetaneo già più competente, si confronta con il nuovo compito fino a gestirlo con padronanza, crescendo.