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Imparare ad abbassare il volume: l’autoregolazione emotiva

 

Quando riusciamo ad abbassare il volume, è incredibile quante cose riusciamo a percepire
(John Waire).

Imparare ad abbassare il volume: l’autoregolazione emotiva

Sul nostro blog abbiamo parlato della resilienza e di come questa sia strettamente connessa a un’altra abilità fondamentale nel benessere psicologico di un individuo, la capacità di regolare le proprie emozioni.

Cosa è l’autoregolazione emotiva?

L’autoregolazione emotiva è la capacità di abbassare il volume, di modulare l’intensità di ciò che sentiamo portandola a un livello che sia tollerabile e gestibile e che ci consenta di essere completamente presenti nel qui e ora, per scegliere con maggiore consapevolezza come agire o rispondere a uno stimolo.

Autoregolazione emotiva significa essere in grado di contenere le proprie reazioni di fronte a stimoli esterni emotivamente significativi e gestire emozioni impegnative e importanti quali rabbia, eccitazione, ansia, depressione e paura senza agirle (acting-out) su se stessi, sugli altri o sul contesto.

Un’elevata tensione emotiva, quando non associata a capacità di autoregolazione, può sfociare in comportamenti di acting-out che sono evolutivamente normali nei bambini piccoli, ma che diventano disfunzionali e pericolosi mano a mano che i ragazzi crescono e che devono essere in grado di rispettare regole e comportarsi in maniera coerente con contesti e situazioni differenti.

La capacità di autoregolazione si sviluppa gradualmente a partire dai primissimi anni di vita e si apprende all’interno di quelle che sono le relazioni primarie che il bambino si trova a vivere. Rappresenta una competenza importantissima nella vita di un essere umano, una di quelle che fa la differenza nella capacità di fare fronte a imprevisti ed eventi inattesi senza andare incontro a crolli emotivi, che migliora la qualità dell’esistenza e che è prerequisito imprescindibile per lo sviluppo di altre abilità.

In che modo possiamo intervenire come adulti per aiutare i bambini a sviluppare questa abilità così fondamentale?

Noi che modelli siamo?

I nostri figli imitano quello che vedono e se i genitori hanno difficoltà nell’autoregolazione delle emozioni, potrebbero averla anche loro di riflesso. Questo significa che dobbiamo essere prima di tutto noi adulti a prendere coscienza di come reagiamo alle emozioni “ingombranti” e trovare modi alternativi di gestirle. I comportamenti dei nostri figli potrebbero riattivare in noi memorie dolorose legate all’autoregolazione e all’espressione delle emozioni, ricordi che involontariamente condizionano le nostre reazioni e i nostri comportamenti. Prendere consapevolezza del nostro vissuto e rompere il circolo vizioso che questo mette in azione, è il primo passo per cambiare noi in prima persona la nostra regolazione emotiva.

Parte tutto da un buon attaccamento

Attaccamento, senso di sicurezza, connessione, legame …
Affinché ci possa essere vera indipendenza, bisogna passare attraverso la dipendenza, quella dipendenza dei primi anni di vita in cui si il bambino consolida la sicurezza che i suoi bisogni troveranno riposta, che le sue richieste verranno accolte. Quando il caregiver risponde velocemente, con calore e comprensione, il bambino sviluppa un attaccamento sicuro e i livelli degli ormoni dello stress, diminuiscono a favore di quelli che regolano le emozioni positive.

E’ in un attaccamento sicuro che il genitore riesce a leggere i segnali fisici di disregolazione emotiva del bambino e interviene per bilanciarli e regolarli, con costanza e presenza. Il bambino crescendo interiorizza queste competenze genitoriali che diventano modelli interiorizzati di autoregolazione.

Le emozioni sono sempre valide e importanti anche quando sono ingombranti e difficili

Come dice la Dr. Laura Markham, “mettiamo i limiti ai comportamenti ma non mettiamo limiti alle emozioni”.
Vogliamo che i nostri figli esprimano le loro emozioni, le riconoscano, e le vivano appieno, senza negarle o nasconderle o reprimerle e dobbiamo accogliere le loro emozioni con empatia e comprensione, in modo che essi possano imparare a rispondere alle emozioni degli altri nello stesso modo.
Possiamo partire dall’insegnare ai nostri bambini a dare un nome alle emozioni che sentono, proprio come abbiamo insegnato loro a dare un nome a ogni parte del corpo, e quando queste emozioni diventano così schiaccianti da confonderli, possiamo aiutarli coinvolgendoli in uno scambio comunicativo relazionale che parte dalla presa di consapevolezza per arrivare a trovare una soluzione sul piano comportamentale, proprio come di seguito esemplificato.

Il bambino non vuole lasciare il compagno di giochi con cui ha trascorso il pomeriggio:

– Dare un nome all’emozione – Ti senti triste
– Identificare la causa dell’emozione – Perché non vuoi già andare a casa
– Offrire rassicurazione – E’ giusto e normale sentirsi tristi in questa situazione
– Offrire una ragione/motivazione – Ma adesso dobbiamo proprio andare perché il treno di papà arriva fra poco alla stazione
– Proporre una soluzione – Puoi mostrare a papà il disegno che hai fatto qui con il tuo amico.

Se mettiamo in atto questi scambi con ogni tipo di emozione, anche positiva, aiutiamo il bambino ad associare stati fisiologici e sentimenti alle emozioni e, successivamente, a verbalizzarle da solo.

Lasciamo da parte giudizi e valutazioni morali

I comportamenti di acting-out sono la manifestazione naturale di quando l’intensità delle emozioni è diventata così eccessiva per il bambino che lui non riesce più a gestirla, pertanto non dobbiamo valutare questi comportamenti su un piano di moralità e non dobbiamo utilizzarli come metro di giudizio del valore complessivo del nostro bambino come persona.
Quando ci sentiamo schiacciati dalla forza e dalla potenza delle nostre emozioni, non abbiamo bisogno di punizioni, ma di sicurezza e contenimento, braccia che possano aiutarci ad arginare ciò che non riusciamo a contenere dentro di noi.

Disciplinare, non punire

Proprio come non è adeguato e non è efficace punire un bambino che si bagna mentre sta imparando a togliere il pannolino, è ugualmente ingiusto e inutile farlo nei confronti di un bambino che sta apprendendo la regolazione delle proprie emozioni.
Quando si manifestano dei comportamenti inaccettabili quali mordere, colpire, picchiare, tirare oggetti agli altri o rompere oggetti, possiamo regolare questa manifestazione esterna dello stress emotivo ridirezionando questi comportamenti verso altri oggetti, fino a che il bambino non sarà in grado di autoregolarsi in maniera adeguata.
Questo significa avere a portata di mano una sorta di cassetta degli attrezzi alla quale ricorrere quando l’intensità delle emozioni è così violenta che non può essere contenuta. Questa cassetta degli attrezzi può contenere cuscini, oggetti morbidi che possono essere colpiti, stretti o manipolati, palline antistress, oggetti di silicone da mordere, libri che raccontano storie di emozioni forti e autoregolazione, una tenda o una piccola tana in cui nascondersi e isolarsi fino a che la tempesta non è passata.
Questi strumenti diventano nel tempo un modo per il bambino di auto-disciplinarsi e di dirigere il proprio comportamento, fino a che gli oggetti non saranno nel tempo sostituiti da strategie di autoregolazione più adeguate e proprie dell’età adulta.
Questo ci consente di eliminare i comportamenti pericolosi verso se stessi e verso gli altri senza ricorrere alla mortificazione del bambino che insegna solamente paura e risentimento.

Io sono con te

Avere qualcuno che ci sostiene nei momenti di difficoltà è un bisogno che non viene mai meno nel corso di tutta la nostra vita.

Quando il nostro bambino si trova in uno stato di disregolazione emotiva (ossia quando l’intensità delle emozioni ha raggiunto un livello tale non si è più in grado di abbassare il volume), è il momento in cui ha più bisogno di noi.

Se ce lo consente possiamo abbracciarlo e rassicurarlo verbalmente, se invece oppone resistenza al contatto fisico, possiamo stargli vicino e fargli sapere che siamo lì con lui e per lui, fino a che non si sentirà pronto per lasciarci avvicinare.

Se rifiuta anche le rassicurazioni verbali rimaniamo in silenzio, ma presenti e attenti ai segnali che ci indicano quando pronto per essere nuovamente avvicinato e per poter parlare di cosa è successo.

Fino a che il bambino non diventa pericoloso per se stesso o per gli altri, lasciamogli spazio e tempo per farsi attraversare dall’emozione e per elaborarla a suo modo.

Il viaggio verso la maturità emotiva è lungo e la scienza ci dice che in condizioni normali raggiunge il suo compimento intorno al venticinquesimo anno di vita. Dobbiamo essere comprensivi con i nostri bambini che si affacciano a percorrere questo viaggio così impegnativo fatto di consapevolezza interiore e regolazione comportamentale.

Le “emozioni ingombranti” associate ai piccoli eventi che preoccupano i nostri bambini, rappresentano la palestra per quelle che saranno poi le vere grandi sfide emotive a cui la vita li porrà di fronte. L’autoregolazione inizia qui, dai capricci al supermercato per la merendina, e continua passo dopo passo, grazie al supporto e al sostegno dell’adulto che piano piano, come un’impalcatura, si stacca progressivamente per lasciare posto al ragazzo e poi al giovane adulto che diventerà a sua volta fonte di sostegno e regolazione per gli altri.