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Ripartenza 4 maggio. Ritornare a lavorare… e i bambini?

Dopo giorni di incertezza, di voci e di un costante serpeggiare di notizie anticipatorie sulla stampa e sui siti web, è finalmente ufficiale.
Il 4 maggio si riapre. Si riparte. O quantomeno ci proveremo. In sicurezza, mantenendo le distanze e i dispositivi di protezione individuale, ma si riapre.

La riapertura del 4 maggio vista dalle mamme

Mi piacerebbe affrontare questo aspetto del rientro alla “Normalità” dal punto di vista delle donne; donne che già nella loro vita, se sono anche mamme, si sono trovate a dover affrontare la fatica, le preoccupazioni e l’ambivalenza di un distacco così importante.
Per molte donne che lavorano infatti, proprio come avviene dopo un periodo di maternità prolungato, arriva il momento del rientro al lavoro, a volte atteso e desiderato, altre volte reso necessario dalle circostanze e questo rientro porta con sé problematiche organizzative e aspetti psicologici importanti.
Come poter gestire il rientro al lavoro quando si è spesso l’unico ammortizzatore sociale presente all’interno di un contesto familiare, l’unico strumento che si occupa dei figli, della didattica a distanza e degli anziani; il tutto senza mettere a repentaglio la salute e la sicurezza di nessuno?

Le scelte delle mamme che lavorano

La popolazione delle donne lavoratrici, circa nove milioni fra dipendenti e lavoratrici autonome, si chiede se davvero sarà possibile rientrare al lavoro e come; dato che asili e scuole resteranno chiusi, così come resteranno chiusi tutti i principali servizi di assistenza.
Per molte di loro il prolungarsi di congedi non retribuiti o addirittura le dimissioni potrebbero diventare un fantasma che prende sempre più forma, se le istituzioni e i datori di lavoro non cercheranno davvero di rendere questo rientro possibile non solo sulla carta, ma anche nella realtà.
Infatti qui c’è di nuovo in gioco il diritto al lavoro e all’indipendenza economica delle madri e delle donne che lavorano e che, allo stesso tempo, si occupano della famiglia, stretta o allargata che sia.
Così, proprio come avviene dopo una maternità, le donne si trovano di fronte a tante domande: rientrare o non rientrare; a chi lasciare i bambini o gli anziani; come gestire il distacco.
Queste scelte sono rese spesso ancora più difficili dalle emozioni che accompagnano questo rientro così particolare. La paura di un nuovo picco nei contagi, il timore di essere sopraffatti da una routine quotidiana che sarà difficilmente compatibile con una vita lavorativa che riparte a pieno regime.
Basti pensare a cosa implicherebbe su un piano pratico l’ipotesi di mandare i figli a scuola “a turni” o, se questo non dovesse accadere, alla difficoltà di trovare qualcuno che si occupi di tutti quei bambini che ricadono nella fascia di età che va dai sei mesi circa ad almeno 10 anni, dato che non si potrà lasciarli a casa da soli davanti a un computer.

Cosa possono fare le aziende

Molte sono le cose che si possono fare, sul piano delle aziende e delle scelte aziendali.
Prima di tutto si dovrebbe verificare se le politiche preesistenti fossero già a sostegno delle madri lavoratrici in maniera efficace e, se così non fosse, intervenire direttamente e indirettamente in questa direzione.
Un primo aspetto potrebbe essere quello di garantire accordi di flessibilità lavorativa laddove questo sia possibile, consentendo alle lavoratrici maggiore libertà su quando e dove adempiere ai propri obblighi lavorativi.
Si potrebbe poi aiutare i genitori a compensare la momentanea disponibilità di sistemi di assistenza all’infanzia che siano di qualità e sicuri. Le aziende potrebbero stipulare convenzioni con associazioni o enti accreditati che possano garantire la qualità e la serietà dei servizi di baby-sitter o tutoraggio, magari anche con prezzi dedicati che possano agevolare al massimo il genitore con un numero maggiore di figli, dato che il bonus prevede un tetto di 600 euro a nucleo familiare.
Sempre attraverso la stipula di convenzioni con enti e associazioni accreditate, i datori di lavoro possono aiutare i propri dipendenti o collaboratori a gestire l’ansia e lo stress agevolando l’accesso dedicato a sistemi di aiuto e supporto psicologico a chi ne dovesse avere bisogno.
Dal punto di vista della sicurezza sul lavoro è indispensabile proteggere il personale nella misura massima possibile, garantendo magari postazioni per il lavaggio e la disinfezione delle mani e sanificazioni degli ambienti più frequenti, in modo che sia sicuro tornare a casa dai bambini o dagli anziani senza rischiare di diventare veicolo di infezione.
Questo piccolo elenco di politiche e scelte aziendali che potrebbero essere messe in campo vuole essere solo un esempio di come si potrebbero aiutare le donne a non restare “paralizzate” nel dilemma di dover scegliere fra la necessità di accudire i figli o fornire assistenza alla famiglia e la propria identità come donne e lavoratrici.
La posta in gioco infatti non è solo economica. Il rischio è quello di compiere davvero un passo indietro dal punto di vista culturale e sociale, se il lavoro dovesse tonare ad essere appannaggio degli uomini soltanto e se le donne dovessero essere nuovamente relegate al ruolo di angeli del focolare.